De vita Erasmus

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Hugo
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Iscritto ilCOLON mer feb 01, 2012 5:40 am

De vita Erasmus

Messaggio da Hugo » mer feb 01, 2012 5:54 am

De vita Erasmus

Ritengo doveroso omaggiare l'esperienza Erasmus con codesto breve trattato fenomenologico, rendendo giustizia a tale periodo di vita – delirante o meno, decidetelo voi. Intanto, la scelta del titolo in latino, De vita Erasmus (per le capre: Sulla vita Erasmus) per un duplice motivo: primo, per dimostrare ai posteri che i miei sei anni di liceo hanno dato buoni frutti, secondo, perché quel faccione della statua di Cesare Augusto a Saragozza starà ora sorridendo in segno di approvazione. Or dunque, per sequenza cronologica riscontriamo innanzitutto la scelta della meta, per un 93% delle persone totalmente affidata al caso, all'errore, al lancio dei dadi, alla lettura del fondo del caffè (o del fondo della tequila finita in fondo al fegato). Chi non si vuol far smascherare subito, scarta a priori mete come le Canarie, Ibiza, le Azzorre, e decide di mantenere il beneficio del dubbio verso conoscenti e famigliari sulla propria prestazione universitaria. Chi nei mesi precedenti la partenza ha avuto i nervi tanto saldi da non mettere le mani in faccia alle svariate segretarie degli svariati uffici per la compilazione di svariati moduli, allora merita proprio di partire per l'esperienza all'estero. Gli aspiranti Erasmus imputati di tentato omicidio invece trascorreranno un anno di purgatorio di arresti domiciliari al Dams di Bologna prima di potersi dire maturati e partire all'estero l'anno successivo, con buona pace delle segretarie. Dunque, siamo alla partenza, la quale comporta ovvie restrizioni sugli oggetti personali: statisticamente, riempiendo due valigie, i maschietti portano con sé i 2\5 dei loro averi totali, contro i 2\83 delle femminucce. Sociologi di tutto il vecchio continente si sono scervellati per giustificare il nesso tra l'armadio che scoppia di vestiti e la fanciulla che esterrefatta esclama: <<Non ho nulla da mettermi stasera!>>; dopo aver gettato la spugna, gli studiosi hanno formulato come unica spiegazione la magia nera. La partenza, dicevamo: in barba alle limitazioni di peso e dimensioni dei bagagli aeroportuali, ci si presenta con valigie diventate improvvisamente viola dallo sforzo per non esplodere, creando così una bomba di vestiti – puliti o meno, non ci è dato di sapere – schizzanti sui corpi dei controllori al check-in. Meglio che non succeda, perché una volta riacquistati i sensi e requisiti i perizomi e giornaletti divertenti a fanciulle e fanciulli, i controllori potrebbero in men che non si dica farvi perdere il volo (in merito a questo punto l'esperienza insegna che ci sono contingenti e molteplici modalità di perdere un aereo, ma tutto questo meriterebbe un trattato a parte). Ad ogni modo, leggenda vuole che qualcuno sia riuscito ad imbarcarsi con zaini improbabili, strati di vestiti attorno ai fianchi e relativo elmetto romano in testa: un colpo niente male, degno di essere tramandato. Una volta giunti in loco, è un sollievo capire di non essere l'unico Erasmus sprovvisto di parole della lingua indigena che vadano al di là dei canonici buongiorno, grazie, ciao, culo, merda. Mal comune, mezzo gaudio: ma l'altra metà del gaudio è alle prese con la dura realtà della ricerca di una fissa dimora. Escludiamo ovviamente coloro che, per illuminazione divina, hanno già avuto contatti scolastici con la lingua indigena, i quali godranno come porci che si rotolano nel fango nel vedere i nuovi sprovveduti che gesticolano come pazzi scuoiati in mancanza di un benché minimo supporto lessicale. Il gesto, quindi, come unica risorsa per la comunicazione, al quale come si ben sa l'italiano medio non può rinunciare nemmeno al telefono. Pertanto volutamente qui si getta il sasso dell'immagine e si nasconde la mano, perché l'accennare è più succoso del descrivere. Immaginate dunque l'italiano nelle telefonate standard per cercare casa. Prima parola: giusta e nella lingua giusta; seconda parola: giusta ma nella lingua sbagliata; terza: sbagliata ma nella lingua giusta; quarta: sbagliata e nella lingua sbagliata; quinta: intercalare stupido come cioè, allora, un attimo; sesta: imprecazione; settima: come la prima, e così a ripetizione. E tutto questo gesticolando da invasati. Risultato: su dieci telefonate, in tre hanno accidentalmente fatto cadere la linea, in due accidentalmente è caduta a te (anche la vergogna ha un limite), in una hanno ‘appena’ trovato l'ultimo coinquilino, in un'altra hanno detto sì ma l'affitto è misteriosamente salito a 620 euro al mese, in un'altra hanno detto sì ma non ti aprono, in un'altra ancora non trovi l'indirizzo concordato, e nell'ultima riesci a vedere l'appartamento. Quella sarà casa tua. E poco importa se si trova all’opposto di tutto e da tutti, ci si potrà sempre trasferire più comodi a poche settimane dalla fine del periodo di studio. Allo stato attuale, un Erasmus italiano compie due grandi errori di valutazione: credere che la borsa di studi eroghi una quantità di denaro equa e solidale (il fatto esclude misteriosamente le regioni di Campania e Sardegna), e il bucato con la lavatrice. Per il primo errore l'attesa è di lunga durata, e facendo i conti la prima settimana hai speso tra ostelli e telefonate circa 350 euro, e ti rendi conto che difficilmente ti erogheranno 1400 euro mensili, perciò pensi di mollare tutto subito o di mettere la testa a posto – ipotesi entrambe rigettate alla luce dei fatti. Il secondo errore fa parte del gioco, e la lavatrice sconosciuta dà il benvenuto ai vestiti battezzandoli con tonalità inusitate anche per la più bizzarra tra le scale cromatiche. Di fronte a tale evento la “Snai” quota come più probabili queste reazioni: i ragazzi accettano di buon grado la nuova moda e si preoccupano meno spesso delle condizioni delle mutande (quotato a 1.20), e le ragazze interpretano i fatti come una chiamata mistica allo shopping (quotato a 0.98). Ci sarebbe molto da dire sulla vita Erasmus e sui risvolti sociali alla darwiniana lotta all'evoluzione: un Erasmus con tale istinto di sopravvivenza conserva gelosamente una molletta da bucato trovata per strada, un Erasmus ucciderebbe per un maglione abbandonato per terra, un erasmus si ingegna e ‘si offre’ il bagnoschiuma dai saponi liquidi della palestra. Ma un Erasmus condivide la cena con chi viene: si divide tra tutti, e se c'è poco posto ci si stringe e ci si sta. Un Erasmus condivide il proprio sciroppo per la tosse con gli altri due o tre ammalati. A chi vi chiede di spiegargli come è andato il vostro anno Erasmus, fategli una grassa risata in faccia e poi consigliategli di partire, che un Erasmus non si spiega, si fa.
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